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Le Jazziste by Mary returns to Bologna (di nuovo a casa)

Ci sono città che si visitano una volta e città che, invece, continuano a chiamarti.

Per me Bologna appartiene decisamente alla seconda categoria. Ci ho vissuto tre anni durante la laurea magistrale in Musicologia e, senza quasi accorgermene, questa città è diventata una seconda casa. È il luogo in cui sono cresciuta come musicologa e come cantante, dove ho iniziato a guardare il jazz con occhi diversi e dove, ancora oggi, torno ogni volta con la sensazione di ritrovare qualcosa di familiare.

Forse è proprio questo il privilegio di Bologna: riuscire ad accogliere le persone senza chiedere loro di essere altro da ciò che sono. Basta passeggiare sotto i suoi portici per rendersi conto che qui la cultura non appartiene soltanto ai musei o ai teatri, ma fa parte della vita quotidiana!

La musica esce dai conservatori, entra nei club, attraversa le piazze e le strade, si mescola alle conversazioni nelle pasticcerie e accompagna chiunque abbia voglia di fermarsi ad ascoltare.

Non sorprende, allora, che nel 2006 Bologna sia diventata la prima città italiana a ricevere il riconoscimento di UNESCO Creative City of Music, entrando a far parte della rete internazionale delle Città Creative. Non si tratta soltanto di un titolo simbolico: è il riconoscimento di una tradizione musicale costruita nei secoli e, allo stesso tempo, della vitalità di una scena contemporanea che continua a rinnovarsi grazie ai suoi musicisti, alle istituzioni, ai numerosi festival e ai tanti luoghi in cui la musica viene creata, insegnata e condivisa ogni giorno. 

Per chi ama il jazz, Bologna rappresenta qualcosa di ancora più speciale. La città custodisce una storia che affonda le proprie radici nel secondo dopoguerra e che ha trovato uno dei suoi momenti più significativi nel Festival Internazionale del Jazz, ideato da Alberto Alberti alla fine degli anni Cinquanta. Quel festival contribuì a trasformare Bologna in un punto di riferimento europeo, portando in città grandi protagonisti della storia del jazz (americano e non) e lasciando un’eredità che continua ancora oggi attraverso il Bologna Jazz Festival, una manifestazione che ogni anno mette in dialogo artisti internazionali e scena italiana, confermando il ruolo centrale di Bologna nel panorama jazzistico nazionale (e non).

Questa memoria non vive soltanto nei programmi dei concerti o negli archivi. Vive anche nelle strade… Passeggiando nel cuore del Quadrilatero, infatti, si incontra La Strada del Jazz, un percorso inaugurato nel 2011 che rende omaggio ai grandi musicisti passati da Bologna attraverso stelle di marmo incastonate nel selciato. Ci sono Ella Fitzgerald e Sarah Vaughan! È un luogo che mi piace attraversare lentamente, leggendo i nomi e immaginando le storie, quasi come se la città avesse deciso di trasformare il proprio passato musicale in qualcosa di tangibile, da incontrare durante una semplice passeggiata cittadina. 


La stella di Ella Fitzgerald

La Strada del Jazz, tra via Orefici e via Caprarie

Ogni volta che torno qui mi accorgo di osservare Bologna in modo diverso. Se durante gli anni dell’università era la città in cui studiavo e vivevo, oggi è diventata anche il luogo in cui ascolto, incontro, imparo e costruisco relazioni. Camminare per queste strade significa ritrovare luoghi familiari, ma anche scoprirne continuamente di nuovi: un jazz club nascosto dietro un portone di una minuscola viuzza centrale, una jam session che sbuca dal cortile di un palazzo, un concerto che finisce per trasformarsi in una lunga conversazione in un atelier di pittura in collina.

È proprio questo che rende Bologna così preziosa ai miei occhi. Qui il jazz non è soltanto un genere musicale o una stagione di concerti: è una comunità fatta di persone che continuano a incontrarsi, a suonare insieme, a discutere, a insegnare, a tramandare esperienze e ad accogliere chi arriva con il desiderio di ascoltare e di condividere.

Ed è in questa comunità che, negli ultimi mesi, ho avuto il privilegio di entrare ancora una volta.


Da un concerto estivo della cantante Valentina Mattarozzi dedicato a New Orleans, DUMBO, 2026

Ph: Mary Blengino

Le persone oltre la musica

Una delle cose più preziose che Bologna mi ha regalato in questi mesi sono stati gli incontri.

Dietro ogni concerto, ogni prova e ogni jam session c’erano persone con cui fermarsi a parlare, condividere un caffè o una cena dopo un live, raccontarsi percorsi diversi e scoprire, quasi senza accorgersene, quanto il jazz riesca a creare connessioni profonde tra chi lo vive ogni giorno.

Ho avuto il privilegio di conoscere musiciste straordinarie come Valentina Mattarozzi, Giulia Barba, Manu Napolitano, Matilde Sabato, Michela Calzoni, Mary Tracanna, l’Indaco Trio, il Duo As Madalenas e molte altre meravigliose artiste con cui ho avuto l’onore di confrontarmi e la cui musica ho ammirato. Ognuna di loro possiede una voce artistica profondamente personale, costruita attraverso esperienze, influenze e linguaggi differenti, e proprio questa diversità è forse la ricchezza più grande della scena jazz bolognese.

È stato bello ritrovare in Valentina Mattarozzi una cantante capace di unire la tradizione jazz a una ricerca personale sempre attenta al repertorio e al racconto. Tra i suoi progetti mi ha colpito in particolare il lavoro musicale e teatrale dedicato a Billie Holiday, dal titolo I am Billie – Tribute to Billie Holiday. Un omaggio che restituisce la complessità artistica ed emotiva di una delle figure più importanti della storia del jazz senza limitarsi alla semplice reinterpretazione del repertorio. Mi piace la frase con cui Valentina descrive il proprio spettacolo, sottolineando il tema della semplicità: “[…] senza usare inutili sovrastrutture, che coprirebbero la bellezza della semplicità di Billie, la quale colpiva profondamente i cuori degli ascoltatori, motivati da quella scossa emotiva che puntualmente forniva durante i propri concerti […]”.

Con Manu Napolitano, chitarrista, cantante e compositrice italo-venezuelana, le conversazioni si sono intrecciate naturalmente con temi che vanno oltre la musica. Nei suoi progetti convivono il jazz, la musica brasiliana e le sonorità dell’America Latina, mentre nelle sue composizioni trovano spazio anche riflessioni su temi sociali e femministi, affrontati con grande sensibilità e attraverso una scrittura profondamente personale. Ne sono esempio “BALLARE” (2021), realizzato insieme alla ska band italiana Le Tremende, e “Muitas Marias” (2019), un intenso omaggio a Marielle Franco, la consigliera comunale e attivista brasiliana assassinata a Rio de Janeiro nel 2018.


L’album dedicato a Billie Holiday, Valentina Mattarozzi

Source: valentinamattarozzi.it

Anche il Duo As Madalenas, formato da Cristina Renzetti e Tati Valle, racconta un’idea di incontro tra culture. Italia e Brasile dialogano continuamente nella loro musica, che rende omaggio non soltanto ad Antonio Carlos Jobim e alla più conosciuta Bossanova, ma anche ad autori come Chico Buarque, esplorando con naturalezza la ricchezza della canzone popolare brasiliana e il suo legame con il jazz.

Questa attenzione verso le grandi figure femminili della storia emerge anche nel lavoro di Indaco Trio, formato da Silvia Donati (voce e percussioni), Francesca Bertazzo Hart (chitarra e voce) e Camilla Missio (contrabbasso), che con il progetto D’Amore e d’Orgoglio dedica un intenso omaggio a Billie Holiday e Nina Simone, due artiste che hanno trasformato la propria musica in una forma di espressione artistica e civile, lasciando un’eredità che continua ancora oggi a ispirare musicisti e musiciste in tutto il mondo.

Ho incontrato poi Giulia Barba, sassofonista rientrata a Bologna dopo un periodo di studi ad Amsterdam e oggi attiva tra Bologna e Ferrara con progetti che spaziano dal jazz alla sola improvvisazione; Matilde Sabato, che dopo il suo percorso come cantante jazz ha scelto di esplorare nuovi linguaggi avvicinandosi alla musica elettronica, dimostrando come la ricerca artistica possa trasformarsi continuamente senza perdere la propria identità; e Michela Calzoni, interprete dalla sensibilità musicale difficile da racchiudere in un’unica definizione. Il suo repertorio attraversa con naturalezza jazz, soul, blues, pop e cantautorato italiano, seguendo una filosofia che condivido profondamente: la musica non ama essere confinata in categorie, perché, come scriveva Oscar Wilde, «definire è limitare». È proprio questa libertà di attraversare linguaggi diversi che rende ogni artista unica e irripetibile. 


L’Indaco Trio

Source: facebook.com

Tra gli incontri che porterò con me c’è anche quello con Mary Tracanna, artista con cui condivido anche una profonda amicizia. Chitarrista legata al jazz tradizionale e protagonista di una realtà sempre più viva della scena giovane del jazz bolognese. Attraverso le jam session organizzate con continuità allo Sghetto Club, sta contribuendo a creare uno spazio di incontro per musicisti e appassionati, dimostrando quanto la crescita di una comunità musicale passi anche dalla capacità di costruire luoghi in cui le persone possano suonare, ascoltarsi, conoscersi e creare reti.

Naturalmente queste sono soltanto alcune delle artiste che ho avuto la fortuna di incontrare, di condividere musica e qualche caffè. Sarebbe impossibile raccontare tutte le conversazioni, tutti i concerti e tutte le persone conosciute durante questo periodo. Eppure, nonostante percorsi musicali molto diversi tra loro, c’era un filo rosso che sembrava legare ogni incontro.

Non abbiamo parlato soltanto di tecnica, di concerti, di nuovi progetti, e, naturalmente, della difficoltà di entrare nel mondo artistico e jazzistico in quanto donne.

Abbiamo anche parlato di libertà.

Della libertà di essere musiciste senza sentirsi costrette a dimostrare continuamente il proprio valore. Della possibilità di costruire una carriera rimanendo fedeli alla propria identità artistica, senza rinunciare alla curiosità, all’ambizione o alla sensibilità. Della fatica che, ancora oggi, molte donne incontrano nel trovare il proprio spazio in un ambiente che continua a essere prevalentemente maschile, ma anche della convinzione che il cambiamento passi soprattutto attraverso la qualità del proprio lavoro, la collaborazione e la capacità di sostenersi reciprocamente, senza la paura che “un’altra donna sul palco ci possa rubare il posto” – frase che spesso diventa lo stereotipo più difficile da smantellare.

Tuttavia, quello che ho respirato a Bologna non è stato un clima di contrapposizione.

Al contrario, ho trovato una comunità di musiciste che guarda al futuro con fiducia, che sceglie il dialogo invece dello scontro e che continua a credere che la musica possa essere uno spazio di libertà, di solidarietà e di crescita condivisa, tra donne e uomini.

E’ molto più di una ricerca

Quando sono tornata a Bologna avevo con me tante domande.

Alcune riguardavano la musica, altre le storie delle donne che la vivono ogni giorno, altre ancora il modo in cui una comunità artistica cresce, cambia e continua a trasformarsi nel tempo.

Riparto con molte più domande di quante ne avessi all’inizio!

Ma è forse questo il regalo più bello che una città possa fare a una ricercatrice… La possibilità di non smettere mai di esprimere la propria rinnovata curiosità. Ma insieme alle domande credo di portare con me anche qualche accennata risposta.

La prima è che il jazz continua a essere, prima di tutto, un linguaggio umano. Vive nelle relazioni che costruiamo, nelle conversazioni dopo un concerto, nelle prove che finiscono molto più tardi del previsto, nelle jam session, nei consigli scambiati davanti a un croissant e nella generosità con cui musicisti e musiciste continuano a condividere idee, esperienze e musica. E trovo che sia meraviglioso il fatto che questo l’AI non sarà mai in grado di replicarlo.

La seconda è che esiste una rete di donne straordinarie che, pur seguendo percorsi artistici e umani profondamente diversi, stanno contribuendo ogni giorno a rendere questa scena sempre più ricca, aperta e consapevole. Nessuna di loro cerca privilegi o spazi esclusivi. Tutte, semplicemente, desiderano poter creare, studiare, insegnare, comporre e suonare con la stessa libertà riconosciuta a chiunque altro, esprimendo la propria personalità artistica senza paura e senza dover rinunciare alla propria autenticità.

Le conversazioni che abbiamo condiviso non erano animate dal desiderio di contrapporre donne e uomini, ma dalla convinzione che il cambiamento più profondo nasca attraverso il dialogo, la collaborazione e il sostegno reciproco. In tutte loro ho ritrovato la stessa volontà di costruire una comunità sempre più aperta, capace di valorizzare le differenze come una ricchezza e non come un ostacolo.

Credo che sia proprio questa la direzione verso cui dovremmo continuare a camminare. Non una musica divisa da confini o categorie sempre più rigide, ma un ambiente in cui ogni persona possa sentirsi libera di cercare la propria voce, di sperimentare, di sbagliare, di crescere e di condividere il proprio percorso con gli altri. L’arte, in fondo, raggiunge la sua forma più alta quando smette di essere competizione e diventa incontro (per questo non sono una grande amante dei contest musicali, ma questo è un altro discorso…).


Estratto di un concerto di Valentina Mattarozzi, DUMBO, Bologna, 2026

Ph: Mary Blengino


Mary Tracanna apre la jam, Sghetto, Bologna, 2026

Ph: Mary Blengino


Sessione di registrazione con Manu Napolitano, Bologna, 2024

Ph: Mary Blengino

Queste sono alcune delle immagini di Bologna che porterò nel cuore.

Un luogo che continua a insegnarmi che la musica non è soltanto qualcosa che si studia, si ricerca o si esegue. È qualcosa che si vive, giorno dopo giorno, attraverso le persone che incontriamo e le relazioni che scegliamo di costruire.

E forse è proprio per questo che continuo sempre a tornarci.

Con gentilezza e swing, sempre.

Mary 🌹

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Su di me
Sono una cantante jazz, musicologa e ricercatrice innamorata della musica jazz in tutte le sue forme

Mi chiamo Maria Blengino, in arte Mary. Piemontese, sono una cantante jazz, musicologa e PhD Candidate in Jazz Research alla Kunst Uni Graz.
Amo la musica jazz a 360°, oltre ad appassionarmi alle vite di coloro che hanno fatto la Storia del Jazz. Particolarmente dedita a evidenziare la presenza femminile in questo genere musicale attraverso il canto e la scrittura, mi impegno per una sua maggiore considerazione e meritata celebrazione.

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